

‘Ā’isha (رَضِيَ اللهُ عَنْهَا) riferì:
«Chiesi al Messaggero di Allah ﷺ: “Hai mai vissuto un giorno più duro del giorno di Uḥud?”
Rispose: “Ho subito molte prove dalla parte del mio popolo. Ma la più ardua tra tutte fu il giorno di al-‘Aqaba, quando mi presentai a Ibn ‘Abd Yālīl ibn ‘Abd Kulāl ed egli non accolse ciò che proponevo. Me ne andai afflitto, camminando senza meta, finché a Qarn al-Tha‘ālib tornai in me. Alzai allora lo sguardo ed ecco una nube che mi faceva ombra. In essa vidi l’angelo Gabriele che mi chiamò e disse: ‘Allah ha udito ciò che il tuo popolo ti ha detto e come ti ha respinto. Egli mi ha inviato da te con l’angelo dei monti perché tu gli ordini ciò che desideri riguardo a loro.’
L’angelo dei monti mi chiamò, mi salutò e disse: ‘O Muḥammad, Allah ha udito ciò che il tuo popolo ti ha detto. Io sono l’angelo dei monti; il mio Signore mi ha mandato affinché tu mi ordini secondo la tua volontà. Desideri che faccia crollare su di loro le due montagne che li sovrastano?’
Risposi: ‘No. Io spero piuttosto che Allah faccia sorgere dalla loro progenie persone che adoreranno Lui solo senza associareGli alcunché.’”» [Trasmesso da Al-Bukhari, Muslim e At-Tirmidhi]
Nel cuore della missione profetica risplende una lezione eterna: la misericordia come forza di trasformazione spirituale e sociale. Questo ḥadīth mette in luce la dimensione più alta della profezia: non la reazione istintiva all’offesa, ma la lungimirante speranza nel bene futuro.
Il Profeta ﷺ rifiutò l’offerta di distruzione. La sua missione non mirava a punire per l’ostinazione o per l’oltraggio, bensì a guidare dalle tenebre alla luce. Le sue parole – «Spero che Allah faccia sorgere dalla loro progenie persone che adoreranno Lui solo» – condensano la visione educativa e redentiva dell’Islām. Non fu un episodio isolato, ma un principio costante.
Questo paradigma supera la logica dell’istante e investe nel tempo: la riforma dei cuori.
Dalla clemenza del Profeta ﷺ sorse una generazione di credenti che consolidò e diffuse il messaggio: figure un tempo avverse, come Khālid ibn al-Walīd o ‘Ikrima ibn Abī Jahl, divennero colonne della comunità. Se la vendetta fosse stata scelta, quelle potenzialità sarebbero state stroncate all’origine.
Anche oggi, dinanzi a provocazioni o ostilità, l’esempio profetico indica una via fatta di:
La misericordia non è debolezza, ma strategia spirituale e costruzione del futuro.
La vera forza non sta nel restituire il male, bensì nel trasfigurare le prove in occasione di elevazione collettiva. L’eredità del Profeta ﷺ invita a un’agire intriso di saggezza, pietà e prospettiva. Così, da contesti di rifiuto possono sorgere generazioni che riconoscono l’Unicità divina, proprio come avvenne con i discendenti di coloro che in origine osteggiarono la chiamata.
Il racconto di al-‘Aqaba ci ricorda che la vendetta chiude il futuro; la misericordia lo apre. Il Profeta ﷺ ci insegna a trasformare l’avversità in seme di rinnovamento spirituale e sociale.
Che possiamo attingere alla sua saggezza e applicarla con amore e compassione nelle nostre relazioni, nelle nostre comunità e nella società, affinché possiamo essere strumenti di pace e giustizia.
Redazione