


Pellegrini sul Monte Arafat – Arabia Saudita
Nella storia umana, pochi eventi hanno avuto un potere trasformativo e un significato duraturo paragonabili al sermone dell’addio, pronunciato dal Profeta Muhammadﷺ nel 632 d.C. Questo straordinario discorso, a cui parteciparono oltre 100.000 pellegrini nelle pianure di Arafat, rappresenta la prima dichiarazione completa dei diritti umani, anticipando di oltre tredici secoli la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.
Il sermone d’Addio non fu solo un messaggio religioso, ma un manifesto rivoluzionario che ridefinì radicalmente i rapporti tra individui e società, tra governanti e governati, e tra diverse razze, classi e generi. Stabilì principi di giustizia, uguaglianza e dignità umana che divennero il fondamento della civiltà islamica, continuando a ispirare movimenti per la giustizia sociale in tutto il mondo.
Questo primo articolo della nostra serie in cinque parti esplora il contesto storico, il contenuto dettagliato e l’impatto rivoluzionario di questo discorso epocale, che ha trasformato la società araba e ha stabilito principi che rimangono fondamentali nei dibattiti contemporanei sui diritti umani e sulla giustizia sociale.
L’anno 632 d.C. rappresenta una svolta fondamentale nella storia dell’umanità. In quell’occasione, il Profeta Muhammad ﷺ, davanti a una folla immensa radunata sul Monte Arafat durante il suo ultimo pellegrinaggio, pronunciò quello che sarebbe passato alla storia come il sermone dell’addio. Più di 100.000 persone, provenienti da ogni angolo della Penisola Arabica e oltre, assistettero a questo evento straordinario che segnò il culmine di una missione profetica durata ventitré anni. Un percorso che non solo trasformò radicalmente la Penisola Arabica, ma gettò anche le fondamenta per una civiltà globale.
Il valore storico di quel momento non può essere sottolineato abbastanza. All’inizio del VII secolo, la Penisola Arabica era una terra segnata da conflitti tribali, profonde disuguaglianze sociali, sfruttamento economico e sistematica oppressione dei più deboli. Le donne erano considerate proprietà, gli schiavi privi di diritti, la giustizia era spesso subordinata agli interessi tribali e la forza prevaleva sulla legge. In questo contesto travagliato, il messaggio islamico si affermò con una proclamazione rivoluzionaria dell’uguaglianza umana e della giustizia divina.
Il Pellegrinaggio dell’Addio fu un evento senza precedenti per ampiezza e diversità. Pellegrini di ogni estrazione sociale, tribale ed etnica si ritrovarono insieme: ex schiavi accanto a capi tribù, arabi e non arabi fianco a fianco, ricchi e poveri uniti nello stesso luogo. Questa straordinaria assemblea costituiva il contesto ideale per un messaggio destinato a superare ogni barriera artificiale e a parlare all’intera umanità. La consapevolezza da parte del Profeta ﷺ che si trattasse del suo ultimo pellegrinaggio conferì alle sue parole un’intensità e un’urgenza particolari. Egli iniziò il suo discorso invitando i presenti a trasmettere il suo messaggio a chi non era lì, trasformando ogni ascoltatore in un messaggero e assicurando che i principi enunciati si diffondessero ben oltre il pubblico immediato, riecheggiando nei secoli successivi.
Il testo del sermone dell’addio, tramandato attraverso numerose fonti storiche autentiche, racchiude passaggi fondamentali che sanciscono i principi dei diritti umani e della giustizia sociale. Così come riportato dai compagni del Profeta ﷺ, il sermone offre una prospettiva completa per comprendere l’approccio islamico alla dignità umana e all’organizzazione sociale.
Il sermone si apriva con l’enunciazione di uno dei principi cardine dei diritti umani: la sacralità della vita e della proprietà. Il Profeta ﷺ disse:
“O gente! Le vostre vite e i vostri beni sono sacri e inviolabili fino al giorno in cui incontrerete il vostro Signore, proprio come sono sacri questo giorno e questo mese. Ho trasmesso il messaggio? O Allah, sii testimone!”
Queste parole stabilivano con forza il carattere assoluto e inviolabile del diritto alla vita e alla proprietà. Paragonando la sacralità dell’esistenza umana e dei beni materiali alla sacralità del giorno di Arafat e del mese del Pellegrinaggio — concetti profondamente radicati e rispettati dai musulmani — il Profeta ﷺ utilizzava riferimenti condivisi per sottolineare la portata e l’importanza universale di questi diritti fondamentali. La domanda retorica “Ho trasmesso il messaggio?”, seguita dall’invocazione a Allah come testimone, conferiva ulteriore solennità e valore vincolante a questo principio.
Il significato di tale dichiarazione travalica il contesto storico in cui fu pronunciata. In una società in cui incursioni tribali, vendette e dispute sulla proprietà erano fenomeni diffusi, l’affermazione della protezione assoluta della vita e dei beni costituiva una svolta rivoluzionaria. Questo principio sarebbe diventato un elemento fondamentale nei sistemi giuridici islamici, influenzando nel tempo le concezioni di sicurezza personale e diritti di proprietà.
Il sermone proseguì introducendo una riforma radicale nei rapporti economici, con particolare attenzione all’abolizione dell’usura (riba):
“Ogni usura è abolita. La prima usura che abolisco è quella di mio zio Abbas ibn Abdul Muttalib. È abolita tutta.”
Questa dichiarazione fu rivoluzionaria sotto diversi aspetti. Innanzitutto, sanciva che i rapporti economici dovessero fondarsi sulla giustizia e sul reciproco beneficio, anziché sullo sfruttamento. In secondo luogo, il Profeta ﷺscelse di partire dalla propria famiglia, dimostrando che la riforma si applicava in modo universale, senza eccezioni neanche per i più influenti o benestanti. In terzo luogo, forniva un esempio concreto di come costruire un sistema economico più equo.
L’abolizione dell’usura non rappresentava soltanto una misura economica, ma un approccio complessivo alla giustizia sociale. L’usura, infatti, tende a concentrare la ricchezza nelle mani di chi già possiede capitale, aggravando la condizione di chi è costretto a indebitarsi. Proibendo questa pratica, l’Islam pose le basi per un sistema economico che ostacolasse l’eccessiva concentrazione della ricchezza e favorisse una più ampia partecipazione alla vita economica.
La scelta del Profeta ﷺ di iniziare proprio dalle transazioni usuraie della sua famiglia dimostrava che la riforma doveva partire da chi ricopre ruoli di responsabilità e influenza. Questo approccio divenne un modello per la governance islamica, sottolineando che i leader devono essere i primi a mettere in pratica i principi che chiedono agli altri di seguire.
Il sermone affrontò la questione dei diritti delle donne in termini straordinariamente innovativi per il VII secolo:
“Avete diritti sulle vostre mogli e loro hanno diritti su di voi. Il vostro diritto su di loro è che non permettano a nessuno che non vi piaccia di entrare in casa vostra, e il loro diritto su di voi è che le trattiate bene nel vestire e nel mangiare.”
Queste parole sancivano diversi principi rivoluzionari. Innanzitutto, riconoscevano le donne come soggetti titolari di diritti, e non più come semplici proprietà. In secondo luogo, introducevano il concetto di diritti e responsabilità reciproci all’interno del matrimonio, creando un modello basato sulla reciprocità piuttosto che sul predominio di una parte sull’altra. In terzo luogo, offrivano indicazioni pratiche e concrete per garantire il rispetto di tali diritti nella vita quotidiana.
Il riconoscimento dei diritti delle donne nel sermone dell’addio va compreso nel suo contesto storico. Nella società araba preislamica, le donne erano prive di diritti legali: potevano essere ereditate come beni, non avevano voce nei propri matrimoni e, in caso di divorzio, non godevano di alcuna tutela. Le riforme introdotte dall’Islam rappresentarono una svolta fondamentale nella condizione femminile, ponendo le basi per futuri sviluppi nei diritti delle donne.
L’enfasi sui diritti e sulle responsabilità reciproche stabilì anche un modello per le relazioni umane in generale, andando oltre il solo ambito matrimoniale e abbracciando tutte le interazioni sociali. Il principio secondo cui ogni diritto comporta una corrispondente responsabilità divenne un elemento centrale della filosofia sociale islamica, influenzando gli approcci alla governance, all’economia e alle relazioni internazionali.
Forse il passaggio più celebre del sermone dell’Addio affrontava il tema dell’uguaglianza razziale ed etnica:
“O popolo! Il vostro Signore è uno solo e il vostro padre è uno solo. Voi tutti discendete da Adamo, e Adamo fu creato dalla polvere. Un arabo non ha superiorità su un non arabo, né un non arabo ha superiorità su un arabo. Un bianco non ha superiorità su un nero, né un nero ha superiorità su un bianco, se non nella rettitudine e nella coscienza di Iddio (taqwa).”
Questa dichiarazione rappresentò probabilmente l’affermazione più radicale sull’uguaglianza razziale mai pronunciata nel mondo antico. In un’epoca in cui la maggior parte delle civiltà si fondava su presupposti di superiorità razziale ed etnica, l’Islam proclamò l’uguaglianza fondamentale di tutti gli esseri umani, indipendentemente dalla loro origine.
Il fondamento teologico di questa uguaglianza – l’idea che tutti discendano da Adamo, creato dalla polvere – offriva una potente contro-narrativa alle teorie prevalenti di gerarchia razziale. Ancorando l’uguaglianza umana nella creazione divina, e non in convenzioni sociali o culturali, il sermone stabiliva questo principio come universale e immutabile.
Particolarmente significativa è la clausola di eccezione: “eccetto che nella rettitudine e nella coscienza di Iddio”. Essa stabilisce che, sebbene tutti gli esseri umani siano uguali in dignità e diritti, possono distinguersi per il loro valore spirituale e morale. In questo modo, viene proposta una meritocrazia fondata sul comportamento etico, piuttosto che su caratteristiche ereditarie, promuovendo lo sviluppo morale senza intaccare l’eguaglianza di base tra gli individui.
Il sermone affrontava anche il tema del trattamento degli schiavi e dei servi, stabilendo principi che avrebbero gradualmente portato all’eliminazione della schiavitù:
“Temete Allah riguardo ai vostri schiavi. Nutriteli con ciò che mangiate e vestiteli con ciò che indossate. Se commettono una colpa che non volete perdonare, vendeteli, perché sono servi di Allah e non devono essere torturati.”
Sebbene questo passaggio non abbia abolito immediatamente la schiavitù, pose le basi per una trasformazione radicale dell’istituzione, preparando il terreno per la sua successiva eliminazione. L’obbligo di trattare gli schiavi come esseri umani, di provvedere ai loro bisogni fondamentali e di evitare la tortura rappresentava un cambiamento rivoluzionario nelle loro condizioni di vita. La frase “sono servi di Allah” è particolarmente significativa, poiché affermava che gli schiavi, al pari di tutti gli esseri umani, avevano un rapporto diretto con il divino, indipendente dal controllo dei loro “padroni” terreni. Questo principio teologico avrebbe fornito il fondamento per future argomentazioni sulla dignità intrinseca di ogni essere umano e sull’incompatibilità ultima della schiavitù con i principi islamici.
I principi enunciati nel sermone dell’addio mantengono una significativa attualità nelle discussioni contemporanee sui diritti umani e sulla giustizia sociale. In un contesto globale segnato da persistenti fenomeni di discriminazione razziale, disuguaglianza economica e ingiustizia sociale, l’accento posto dal sermone sulla dignità della persona, sull’uguaglianza e sulla responsabilità collettiva offre spunti di riflessione e orientamenti pratici.
L’attenzione del sermone all’uguaglianza tra le diverse etnie si conferma particolarmente rilevante nell’affrontare le attuali problematiche legate al razzismo e alla discriminazione. Il riferimento teologico all’uguaglianza umana costituisce una solida base per contrastare ideologie di superiorità razziale e promuovere società più inclusive.
Sul piano economico, i principi espressi nel sermone suggeriscono alternative ai modelli attuali che generano profonde disparità e impatti ambientali negativi. L’enfasi sulla giustizia, sulla responsabilità condivisa e sulle pratiche sostenibili rappresenta un punto di partenza per lo sviluppo di sistemi economici più equi e rispettosi dell’ambiente.
I valori universali delineati nel sermone favoriscono il dialogo e la collaborazione tra diverse tradizioni religiose su questioni di interesse comune. Il richiamo alla dignità, alla giustizia e alla compassione trova riscontro in molteplici tradizioni spirituali e può costituire la base per iniziative condivise su scala globale.
Il riconoscimento che la rettitudine e la virtù possono essere presenti in persone di ogni origine offre, inoltre, un fondamento teologico per il rispetto e l’apprendimento reciproco tra diverse comunità, senza rinunciare alla propria identità religiosa.
Il sermone dell’addio rappresenta uno dei testi fondamentali nella storia del pensiero sui diritti umani e sulla giustizia sociale. I principi espressi, rivoluzionari per l’epoca, conservano una forte rilevanza anche nel contesto attuale, avendo contribuito a plasmare la civiltà islamica e continuando a ispirare movimenti di riforma sociale a livello globale.
Di fronte alle sfide odierne di disuguaglianza, discriminazione e ingiustizia, la saggezza racchiusa in questo testo antico offre ancora oggi orientamenti e motivazioni. Il sermone testimonia come la tutela dei diritti umani abbia radici profonde nella storia e possa ancora informare e sostenere i nostri sforzi contemporanei.
Il prossimo articolo della serie analizzerà l’applicazione concreta di questi principi attraverso la vicenda di Bilal ibn Rabah, la cui trasformazione da schiavo a figura di rilievo nella comunità islamica rappresenta un esempio emblematico del potenziale trasformativo degli ideali proclamati nel sermone dell’addio.
Jemal Gere Oromo (traduzione a cura della Redazione)