

La commemorazione dell’’Isr¯a’ e la Mi’raj del Profeta Muhammad riveste per i credenti un significato di straordinaria profondità spirituale. Quest’evento trascendentale non rappresenta soltanto il coronamento della missione profetica, ma costituisce il momento culminante in cui si compie la ricezione della rivelazione divina destinata all’umanità e si stabilisce l’istituzione fondamentale della preghiera. È proprio attorno al significato sacro della preghiera che si articola la nostra riflessione presente.
Secondo una consolidata tradizione popolare, il viaggio dell’Isrā’ e Mi’raj viene commemorato nella notte del 27° giorno del mese di Rajab. Tuttavia, le fonti canoniche, come i Sahih di Bukhari e Muslim, non specificano una data esatta per questo evento.
Ma quale significato recondito cela questa “notte”, e perché un avvenimento di tale portata spirituale doveva necessariamente compiersi nell’oscurità più profonda?
Durante le ore diurne, l’essere umano si disperde nell’esplorazione del mondo fenomenico, assorbito dall’adempimento dei propri doveri terreni nei diversi ambiti dell’esistenza. La notte, tuttavia, rappresenta il momento del ritorno interiore, dell’introspezione autentica. L’Isr¯a’ e la Mi’raj ci offre dunque una chiave interpretativa del “sé” più profondo, illuminandoci su come orientare la nostra esistenza per realizzare pienamente il nostro ruolo di vicari divini sulla terra.
L’evento, consumatosi in una notte di tenebre assolute, simboleggia eloquentemente la condizione spirituale della società di quell’epoca: un’umanità immersa nelle tenebre dell’ignoranza, priva della luce della guida divina. Fu proprio in quel momento che l’Altissimo trasportò il Suo messaggero attraverso un duplice movimento: dapprima orizzontalmente nell’’Isr¯a’ , poi verticalmente nel Mi’raj.
L’Isr¯a’ e la Mi’raj del Profeta Muhammad si presenta, in apparenza, come un evento dalle sembianze umane ordinarie. Tuttavia, la chiave ermeneutica risiede nel fatto che questo viaggio spirituale ebbe origine da una moschea per approdare a un’altra moschea, da dove il Profeta fu elevato fino ai più alti livelli spirituali per l’incontro supremo con Allah.
Perché mai il viaggio spirituale del Profeta doveva necessariamente iniziare dalla Grande Moschea?
Quando l’umanità, attraversando le diverse epoche della storia terrena, raggiunse ai tempi del Profeta Muhammad il suo apice evolutivo come creatura divina, gli esseri umani si distinguevano tra tutte le creature per essere divenuti gli unici esseri dotati di intelletto razionale.
La Grande Moschea può essere interpretata come la “dimora della ragione“. Da questa “casa della ragione” il Profeta intraprese il suo cammino verso la “Casa Santa“.
Questo è il significato del viaggio orizzontale del Profeta Muhammad da Baitul Haram (casa della ragione) a Baitul Maqdis (casa santa).
…ما وسعني أرضي ولا سمائي، ووسعني قلب عبدي المؤمن
“‘Né il Mio Cielo né la Mia Terra possono contenerMi, ma il cuore del Mio servitore credente può contenerMi.” (Hadith Qudsi).
Attraverso la ragione, l’essere umano esplora l’universo strutturale per giungere alla conoscenza di Dio. Tuttavia, quando si aspira all’incontro diretto con il Divino, la ragione si rivela strumento insufficiente. La facoltà razionale non possiede gli strumenti adeguati per instaurare un dialogo autentico con Dio. Dinanzi all’Essere chiamato Allah – che è il Primo e l’Ultimo, l’Onnipotente, Colui che sostiene l’intero universo, l’Assoluto che trascende ogni categoria di vicinanza e lontananza, grandezza e piccolezza – la ragione si trova priva di paradigmi di riferimento.
Poiché la ragione non può attingere direttamente al Divino, quando l’essere umano viene chiamato alla Sua presenza, deve necessariamente fare ritorno alla propria dimora originaria: la “casa santa” della coscienza. Prima di essere dotati di ragione, gli esseri umani furono inizialmente benedetti con una “coscienza primordiale”. Questa rappresenta la nostra dimora ancestrale, anteriore al nostro divenire esseri razionali. La coscienza costituisce il rifugio sacro dove riceviamo le ispirazioni e le rivelazioni divine.
Il viaggio dalla casa della ragione alla casa santa viene descritto da Allah come un percorso intriso di benedizioni divine.
Le Scritture ci insegnano che i dintorni di questo luogo santo sono benedetti. Chiunque, nel cuore delle proprie attività quotidiane, intraprenda questo breve ma significativo cammino dalla casa della ragione alla casa santa della coscienza, riceverà da Allah la guida su come muoversi nell’esistenza, come comportarsi rettamente, come prendere decisioni sagge e risolvere le sfide della vita. Solo attraverso questo ritorno alla casa santa della coscienza possiamo realizzare l’incontro autentico con il Divino.
Questo è il significato profondo del viaggio orizzontale del Profeta Muhammad dalla dimora della ragione alla casa santa della coscienza spirituale.
Dopo essere giunto alla Moschea di Al-Aqsa (Baitul Maqdis), il Profeta Muhammad ﷺ fu elevato ai cieli per incontrare Allah. Il viaggio attraverso i cieli durante l’evento della Mi’raj non rappresenta un semplice spostamento tra corpi celesti, limitato dalle dimensioni convenzionali dello spazio e del tempo, ma costituisce piuttosto l’evoluzione e l’elevazione del livello spirituale vissuto dal Profeta ﷺ come creatura di Allah.
Questi stadi spirituali possono essere compresi attraverso un’analogia con i livelli evolutivi della creazione, che riflettono una progressione dall’inanimato al vivente, dal semplice al complesso, e dal materiale allo spirituale. Gli elementi inanimati, come l’acqua e i minerali, non percepiscono le piante, che invece li assorbono per crescere; le piante, a loro volta, non comprendono gli animali, che se ne nutrono; gli animali sono sottomessi agli esseri umani, dotati di intelligenza e capacità di dominare il creato. Similmente, gli esseri umani mossi solo dalla ragione non comprendono la profondità della fede dei credenti; i credenti, pur essendo vicini a Dio, non possono raggiungere il livello dei profeti; e i profeti, sebbene guida per l’umanità, non possono assumere la funzione unica dei messaggeri divini.
Secondo Ibn Arabi, nel Futuhat al-Makkiyya, il viaggio attraverso i 7 cieli rappresenta il percorso interiore dell’anima verso la realizzazione divina. Ogni cielo simboleggia uno stato dell’anima e una manifestazione della perfezione spirituale. I profeti incontrati dal Profeta Muhammad ﷺ non sono solo figure storiche, ma archetipi spirituali che guidano il credente verso la consapevolezza divina.
Questa progressione riflette un ordine spirituale stabilito da Allah, in cui esistono sette livelli distinti di perfezione tra le creature. Durante la sua ascensione, il Messaggero di Allah ﷺ attraversò i sette cieli, incontrando in ciascuno di essi un profeta che incarnava un particolare stadio spirituale. Ogni incontro simboleggiava una qualità divina e un grado di consapevolezza spirituale, mostrando il percorso che conduce alla piena realizzazione della vicinanza a Allah.
Nel dettaglio, i cieli e i profeti incontrati rappresentano i seguenti simboli spirituali:
nel primo cielo il Profeta Adamo (Alayhi Salam, pace su di lui), creato dalla terra e simbolo del mondo materiale;
nel secondo cielo i Profeti Isa (Alayhi Salam, Gesù) e Yahya (Alayhi Salam, Giovanni Battista), rappresentanti della vitalità spirituale;
nel terzo cielo il Profeta Yusuf (Alayhi Salam, Giuseppe), simbolo del nafs (l’anima) e della bellezza interiore ;
nel quarto cielo il Profeta Idris (Alayhi Salam, Enoch), rappresentante della ragione e della coscienza;
nel quinto cielo il Profeta Harun (Alayhi Salam, Aronne), simbolo della fede e della guida spirituale;
nel sesto cielo il Profeta Musa (Alayhi Salam, Mosè), rappresentante della profezia;
e nel settimo cielo il Profeta Ibrahim (Alayhi Salam, Abramo), simbolo della rivelazione divina e dell’unione con Allah.
Giunto a Sidratul Muntaha (loto del limite, simbolo della frontiera del conoscibile), Jibril (l’arcangelo Gabriele), che fino a quel momento aveva accompagnato il Profeta, dichiarò: “Solo fino a questo punto sono stato incaricato da Allah di accompagnarti. Da ora in poi, nell’assemblea dove il Messaggero di Allah incontrerà Allah, non posso entrare. Procedi tu stesso, o Messaggero di Allah, verso la presenza del Rabbani.” Questo episodio rivela la superiorità ontologica dell’essere umano rispetto agli angeli.
L’incontro del Profeta Muhammad ﷺ con Allah rappresentò un momento di contemplazione suprema della Verità. Durante questo dialogo celeste si svolse una conversazione sacra che viene rievocata in ogni preghiera nella posizione seduta [الجلوس (al-juloos)]:
Il Profeta pronunciò: “التحيات لله والصلوات والطيبات” – “Attahiyyatulillah washshalawatu waththayyibah” (Tutta la solennità appartiene ad Allah, tutta l’adorazione e tutta la bontà appartengono ad Allah).
Allah rispose: “السلام عليك أيها النبي ورحمة الله وبركاته” – “Assalamu’alaika ayyuhannabiyyu warahmatullahi wabarakatuh” (La pace sia su di te, o Profeta, e la misericordia di Allah e le Sue benedizioni).
Il Messaggero di Allah replicò: “السلام علينا وعلى عباد الله الصالحين” – “Assalamu’alaina wa’ala ibadillahi shalihin” (La pace sia su di noi e sui servi virtuosi di Allah).
Il saluto offerto da Allah al Profeta Muhammad ﷺ costituì una prova divina. Gli fu offerto il benessere individuale, ma il Profeta ﷺ non volle accettarlo esclusivamente per sé. La sua risposta rifletteva una preoccupazione universale: “Il benessere non dovrebbe essere riservato ai soli servi. Che ne sarà delle loro famiglie, dei loro vicini, delle loro nazioni, dell’intera umanità?” Gli angeli rimasero stupefatti davanti a questa manifestazione di compassione universale, riconoscendo in Muhammad il vero rappresentante dell’universo inferiore che incontra l’Altissimo.
Gli angeli cantarono, testimoniarono, lodarono e pregarono affinché prosperità e benedizioni fossero sempre sul Messaggero di Allah ﷺ, come avevano fatto con il Profeta Ibrahim (pace su di lui) e la sua famiglia.
Questa esperienza trascendente trova la sua espressione rituale nella struttura della preghiera islamica. La posizione seduta rappresenta il momento della contemplazione della Verità, durante il quale si recita la shahada, testimoniando che non c’è dio all’infuori di Allah e che Muhammad ﷺ è il Suo messaggero. Le posizioni di inchino e prostrazione simboleggiano la contemplazione degli attributi divini, accompagnate dal tasbih che loda gli attributi di Allah: Egli è il Più Grande, Egli è il Più Alto. La posizione eretta rappresenta la contemplazione della creazione divina, espressa attraverso l’hamdallah (lode ad Allah), che celebra Allah come Creatore e Governatore dell’universo.
Ogni tradizione religiosa ha sviluppato metodi distintivi di comunicazione con il Divino: gli induisti attraverso la meditazione seduti, i buddisti mediante la prostrazione, gli ebrei tramite l’inchino, i cristiani nella posizione eretta. L’Islam unifica questi quattro approcci – due orientali (induismo e buddismo) e due occidentali (ebraismo e cristianesimo) – aggiungendo un elemento rivoluzionario: il movimento.
Come afferma il Corano:
رَبُّ ٱلْمَشْرِقَيْنِ وَرَبُّ ٱلْمَغْرِبَيْن
“Rabbul mashriqayni wa rabbul maghribayni” – “Il Signore dei due orienti e il Signore dei due occidenti.” (Sura Al-Rahman [55]: 17)
L’Islam abbraccia tutte le forme di comunicazione spirituale, sia orientali che occidentali, aggiungendo un valore speciale: il movimento dinamico.
Il movimento nella preghiera possiede una qualità creativa unica, poiché ogni transizione è accompagnata dall’invocazione الله أَكْبَر “Allāhu akbar” (Allah è il più Grande). Questo rappresenta il valore aggiunto dell’Islam: la concentrazione sul movimento come espressione di connessione simultanea con Allah, con tutta la Sua creazione, con lo sviluppo personale e con il miglioramento dell’ambiente circostante.
Come insegna il Corano:
فَمَن كَانَ يَرْجُو لِقَاءَ رَبِّهِ، فَلْيَعْمَلْ عَمَلًا صَالِحًا وَلَا يُشْرِكْ بِعِبَادةِ رَبِّهِ أَحَدًا
“Faman kana yarjuu liqa’a rabbihi, falya’mal ‘amalan salihan wa la yushrik bi’ibadati rabbihi ahadan” – “Chi spera di incontrare il suo Signore, compia buone azioni e non associ nulla nell’adorazione del suo Signore.” (Sura Al-Kahf [18]: 110)
Il musulmano deve sviluppare la capacità di concentrarsi sulla trascendenza, comprendendo che il vero valore umano non risiede nelle singole posture fisiche – stare in piedi, inchinarsi o prostrarsi – ma nel movimento inteso come azione. Questo rappresenta il riflesso più accurato dell’essenza della vita islamica, che considera l’azione come prova tangibile della fede.
Nel Corano, infatti, il concetto di fede (amanu – credere) non appare mai isolato, ma è costantemente accompagnato dall’esortazione “wa’amilus shalihat” (compiere azioni rette, compiere “movimenti” positivi). Questa unione indissolubile tra credenza e pratica costituisce il fondamento dell’esperienza spirituale islamica, dove il movimento fisico e spirituale diventa il mezzo attraverso cui l’essere umano si avvicina al Divino, seguendo l’esempio supremo del Profeta Muhammad ﷺ nel suo viaggio di ascensione.
La preghiera islamica, quindi, non è semplicemente un atto di adorazione, ma una rievocazione quotidiana della Mi’raj, un invito a ogni credente a intraprendere il proprio viaggio spirituale verso l’incontro con Allah attraverso la sintesi armoniosa di contemplazione, movimento e azione virtuosa.
Prima di fare ritorno da Sidratul Muntaha, un angelo presentò al Profeta Muhammad ﷺ quattro calici contenenti diverse bevande: acqua, latte, vino e miele. Questi quattro calici simboleggiano le diverse modalità attraverso cui il Profeta Muhammad avrebbe potuto esercitare la sua missione apostolica sulla terra.
L’Acqua rappresenta il principio vitale fondamentale; senza di essa non esiste vita. Simboleggia il Profeta Muhammad ﷺ nel suo ruolo di facilitatore dell’esistenza – coloro che operano come promotori della vita nella società, i giusti che rendono possibile il fiorire della comunità.
Il Latte costituisce il nutrimento che favorisce la crescita e lo sviluppo. Simboleggia il Profeta Muhammad ﷺ nella sua funzione di motivatore della vita – coloro che forniscono l’energia necessaria per l’evoluzione dell’ambiente sociale, i testimoni che attraverso il loro esempio ispirano il progresso spirituale e materiale.
Il Vino rappresenta l’elemento che accelera i processi di trasformazione. Simboleggia il Profeta Muhammad ﷺ come dinamizzatore dell’esistenza – il gruppo dei Siddiqin (i veridici), personalità nobili che emanano qualità eccellenti, motivando immediatamente la comunità all’emulazione di tali virtù.
Il Miele costituisce l’elemento stabilizzante che mantiene l’equilibrio. Simboleggia il Profeta Muhammad ﷺ nel suo ruolo di armonizzatore e concettualizzatore della vita – il formulatore di principi fondamentali in ambito religioso, politico, scientifico e tecnologico, l’organizzatore di tutti gli aspetti dell’esistenza sociale.
Prima della sua discesa sulla terra, quando i quattro calici furono offerti al Profeta Muhammad ﷺ, egli scelse esclusivamente quello contenente il latte, simbolo della testimonianza (shahada) e del sacrificio consapevole.
Il Profeta Muhammad ﷺ comprese che il suo ritorno sulla terra significava presentarsi davanti al suo popolo non soltanto come messaggero divino, ma come testimone vivente (shahid), integrandosi pienamente nella società e assumendo un ruolo di guida culturale e spirituale. Non sarebbe apparso tra la sua gente esclusivamente nella veste profetica, ma come testimone della verità, motivando la comunità alla crescita e allo sviluppo attraverso l’esempio del sacrificio personale per il bene comune.
Il latte, che nutriva l’umiltà del Profeta Muhammad ﷺ, simboleggiava il suo amore incondizionato per il popolo. Questo amore non costituiva un peso per la comunità, ma serviva piuttosto come paradigma luminoso da seguire per gli altri. La scelta del latte rappresentava la via dell’abnegazione, della dedizione totale alla causa divina e al benessere dell’umanità.
Attraverso questa scelta, il Profeta ﷺ abbracciava consapevolmente il cammino del testimone (shahid) – non nel senso di colui che cerca la morte, ma di colui che vive ogni istante della propria esistenza come testimonianza vivente della verità divina, sacrificando sé stesso per l’elevazione spirituale e materiale della comunità.
La figura del shahid nell’Islam rappresenta una dimensione profonda di testimonianza esistenziale. Vivere la propria vita come un esempio tangibile dei valori divini significa diventare un modello di virtù, giustizia e compassione per l’intera umanità.
La preghiera è un metodo per ascendere spiritualmente, seguendo l’esempio del Profeta Muhammad ﷺ. Tuttavia, spesso la preghiera è associata a un’unica Qibla (direzione), ovvero la Kaaba. In realtà, Allah si manifesta in tre funzioni di potere, e quindi le Qibla della preghiera diventano tre.
Allah si manifesta attraverso tre aspetti nella Sura An-Nâs:
قُلْاَعُوْذُبِرَبِّالنَّاسِمَلِكِالنَّاسِۙاِلٰهِالنَّاسِۙقُلْاَعُوْذُبِرَبِّالنَّاسِمَلِكِالنَّاسِۙاِلٰهِالنَّاسِۙ
“Di’: ‘Mi rifugio nel Signore degli uomini, nel Re degli uomini, nel Dio degli uomini…'” (Sura An-Nâs [114]: 1-3).
Di qui le tre funzioni di Allah nell’Universo:
Queste tre funzioni si riflettono nelle direzioni della preghiera, che si articolano in tre dimensioni:
All’inizio della preghiera, ci poniamo davanti ad Allah nel nostro cuore. La preghiera è un dialogo diretto con Allah, in cui Lo lodiamo e Lo supplichiamo:
“A Te serviamo, a Te chiediamo aiuto. Guidaci sulla retta via.”
Durante la preghiera, non dovremmo visualizzare immagini o frammenti visivi, nemmeno la Kaaba. Dobbiamo piuttosto rivolgere il nostro cuore ad Allah. Benché non possiamo percepirLo fisicamente, dobbiamo essere consapevoli che è Allah a vederci. Questo rappresenta il livello di ihsan nella preghiera: pregare con la consapevolezza della presenza divina, sapendo che Egli ci osserva.
Al termine della preghiera, rivolgiamo saluti di pace, benessere e benedizioni a tutte le creature che ci circondano, verso destra e verso sinistra. Questo gesto rappresenta simbolicamente il nostro ruolo di khalifa (vicari) sulla terra, chiamati a essere agenti di trasformazione sociale e custodi responsabili della creazione divina.
Conclusa la preghiera, siamo chiamati a integrarci attivamente nella comunità, incarnando la missione del Profeta Muhammad ﷺ come rahmatan lil ‘alamin (Misericordia per tutti i mondi). Ciò significa impegnarsi concretamente per il bene collettivo, promuovendo giustizia sociale, pace duratura e prosperità condivisa.
Il Bayt al-Ḥaram, con la Kaʿba al suo centro, trascende la mera dimensione architettonica per diventare archetipo di un ordine cosmico. In questo spazio sacro – dove milioni di pellegrini di ogni latitudine si fondono in un’unica umma senza gerarchie terrene – si realizza il prototipo di società governata dalla Mulkiyya (Sovranità) divina.
Durante il Ḥajj, l’abolizione di ogni disparità (razziale, linguistica, economica) non è semplice rituale, ma esercizio pratico di un sistema giuridico-spirituale che:
Questo microcosmo prefigura una civiltà globale dove:
La Kaʿba si rivela così non solo direzione liturgica, ma bussola esistenziale per edificare società che – nell’aderire alle leggi del Malik – realizzano l’equilibrio (mīzān) tra dimensione materiale e spirituale.
In sintesi le tre Qibla nella preghiera rappresentano tre dimensioni fondamentali della relazione con Allah:
• Dimensione Spirituale: Adorare Allah come Divinità suprema, coltivando la presenza del cuore e la consapevolezza della Sua vicinanza.
• Dimensione Sociale: Assumere il ruolo di khalifa (vicari) sulla terra, impegnandosi attivamente per il benessere della comunità e della creazione.
• Dimensione Strutturale: Contribuire all’edificazione di un ordine sociale giusto e prospero, fondato sui principi divini e orientato verso l’equità universale.
Questa visione integrale della preghiera ci invita a vivere un’esistenza armoniosa ed equilibrata, in cui si intrecciano armoniosamente devozione spirituale, responsabilità sociale e impegno concreto per la realizzazione della giustizia nel mondo.