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Sintesi
- “Maranza” non è una categoria sociale, etnica o religiosa precisa, ma un’etichetta che sovrappone estetica, disagio giovanile e criminalità.
- I dati disponibili mostrano condizioni di vulnerabilità, non una maggiore predisposizione alla violenza dei giovani musulmani.
- La risposta deve unire tutela delle vittime, sicurezza e prevenzione, evitando sia la minimizzazione dei reati sia la criminalizzazione delle seconde generazioni.
- Famiglie, scuola, istituzioni e comunità musulmane possono contribuire a trasformare il disagio in appartenenza responsabile.
Indice
- “Maranza” non è una categoria sociale precisa
- Perché il fenomeno è più visibile in Lombardia
- Che cosa dicono davvero i dati
- Integrati, ma non sempre riconosciuti
- Quando il gruppo diventa l’unico luogo di appartenenza
- L’Islam non è la causa, ma può essere parte della risposta
- La forza come dominio di sé
- Le responsabilità di famiglie e comunità musulmane
- Scuola, prevenzione e sicurezza
- Sicurezza e inclusione non sono alternative
- Una responsabilità delle Comunità Islamiche
- Oltre gli stereotipi, senza rimuovere la realtà
Il dibattito sulle seconde generazioni musulmane in Italia è tornato al centro dell’attenzione dopo diversi episodi di bullismo e violenza giovanile. Nel racconto pubblico ricorre spesso la parola “maranza”: un’etichetta che mescola abbigliamento, musica, vita di gruppo, origine nordafricana e comportamenti criminali.
Proprio questa sovrapposizione rende più difficile capire ciò che sta realmente accadendo. Nel febbraio 2026, a Modena, uno studente è stato accerchiato e colpito con pugni, schiaffi e calci alla fermata dell’autobus davanti a un istituto superiore. L’aggressione, ricostruita dall’ANSA, si inseriva in una serie di episodi che aveva già spinto le istituzioni locali a rafforzare controlli e interventi educativi nelle aree scolastiche.
La violenza non può essere minimizzata: le vittime devono essere protette, i responsabili identificati e i reati sanzionati. Comprendere le cause sociali di un comportamento non significa giustificarlo; trasformare un problema giovanile in una categoria etnica o religiosa significa invece sostituire l’analisi con lo stereotipo.
“Maranza” non è una categoria sociale precisa
La parola “maranza” non appartiene alla sociologia, alla criminologia o alla giustizia minorile. Nasce nel linguaggio giovanile e viene poi adottata dai media come immagine immediatamente riconoscibile. Dentro questa parola finiscono elementi molto diversi: un certo modo di vestire, alcuni generi musicali, un linguaggio provocatorio, l’ostentazione di beni costosi, la presenza in gruppo negli spazi pubblici e, in alcuni casi, comportamenti violenti o criminali.
Ma non tutti i ragazzi che adottano questi codici appartengono a bande, commettono reati, sono di origine straniera o musulmani. Confondere un’estetica giovanile con una condotta criminale espone migliaia di adolescenti a un sospetto preventivo. Sarebbe però altrettanto sbagliato negare che, all’interno di alcuni gruppi, possano svilupparsi dinamiche di prevaricazione, microcriminalità e violenza.
Per capire il fenomeno è necessario distinguere almeno tre aspetti: il disagio adolescenziale che attraversa l’intera società italiana; le difficoltà specifiche che possono riguardare i giovani con una storia familiare di migrazione; il possibile ruolo educativo delle comunità musulmane. L’Islam non è la causa della devianza. Può però essere parte della risposta.
Perché il fenomeno è più visibile in Lombardia
La Lombardia viene spesso indicata come uno dei territori nei quali il fenomeno è più visibile. La prima spiegazione è demografica. Secondo la stima Fondazione ISMU del settembre 2025 su dati del Ministero dell’Istruzione e del Merito, gli studenti con cittadinanza non italiana sono oltre 930mila, pari all’11,6% degli iscritti. La Lombardia continua ad accoglierne più di un quarto: circa 236mila. Milano resta la provincia italiana con il numero più alto, 83.230, seguita da Roma, Torino e Brescia, che ne conta 33.558.
Questi numeri non dimostrano una maggiore predisposizione alla devianza. Indicano piuttosto che nelle aree urbane lombarde sono più visibili le trasformazioni di una società post-migratoria. Molti giovani di origine straniera sono nati e cresciuti in Italia, parlano italiano come prima lingua e chiedono che venga riconosciuta un’appartenenza che già vivono ogni giorno.
Che cosa dicono davvero i dati
In Italia non esistono statistiche capaci di mettere contemporaneamente in relazione religione, generazione, territorio e commissione di reati. I dati del Ministero della Giustizia distinguono principalmente in base alla cittadinanza; quelli scolastici utilizzano la categoria degli alunni con cittadinanza non italiana. Nessuna delle due categorie consente di stabilire quanti giovani coinvolti in episodi di devianza siano musulmani o appartengano davvero a una seconda o terza generazione.
Trasformare i dati sugli stranieri in dati sui musulmani sarebbe quindi scorretto. I numeri mostrano tuttavia alcune condizioni di vulnerabilità. Il dato Istat minori, riferito al 2024 e pubblicato nel 2025, indica che il 43,6% dei minori con cittadinanza straniera era a rischio di povertà o esclusione sociale, contro il 23,5% dei coetanei italiani. Nel Nord la percentuale scendeva al 33,9%, ma restava molto superiore al 9,3% registrato tra i minori italiani residenti nella stessa area.
Il divario emerge anche nella scuola. Secondo Fondazione ISMU, nell’anno scolastico 2023-2024 solo un terzo degli iscritti non italiani al secondo ciclo frequentava una scuola superiore di secondo grado, contro il 54% degli italiani. Il Rapporto INVALSI 2025 conferma inoltre divari negli apprendimenti: al termine della secondaria di primo grado lo svantaggio in Italiano è di 22,6 punti per gli studenti stranieri di prima generazione e di 13,3 punti per le seconde generazioni; in Matematica il divario scende rispettivamente a 13,2 e 7,7 punti.
Questi dati non misurano una predisposizione alla violenza. Mostrano una maggiore esposizione alla povertà educativa, all’insuccesso scolastico e alla marginalità: condizioni che possono aumentare il disagio, ma non conducono automaticamente alla devianza.
Anche i dati della giustizia minorile vanno letti con prudenza. Nel 2025 risultavano in carico agli Uffici di servizio sociale per i minorenni 23.862 soggetti, di cui 5.524 stranieri, pari a circa il 23,2%. Nello stesso anno gli ingressi negli istituti penali per i minorenni sono stati 1.197, di cui 551 stranieri, circa il 46%. Sono numeri rilevanti, ma non autorizzano scorciatoie interpretative: non dimostrano una maggiore propensione al crimine e vanno letti anche alla luce delle condizioni familiari, abitative e sociali che incidono sull’accesso alle misure alternative.
Integrati, ma non sempre riconosciuti
Molti giovani delle seconde generazioni sono già inseriti nella vita quotidiana italiana: frequentano le stesse scuole dei coetanei, ascoltano la stessa musica, usano gli stessi social network e condividono linguaggi, consumi e aspirazioni. Ciò che può mancare non è l’integrazione culturale, ma il riconoscimento dell’appartenenza.
Un adolescente nato in Italia da genitori marocchini, tunisini o egiziani può essere considerato “troppo italiano” in famiglia e ancora straniero nello spazio pubblico. Le ricerche sulle seconde generazioni mostrano invece che le identità possono convivere: si può essere italiani, marocchini e musulmani nello stesso momento. Le difficoltà aumentano quando famiglia o società chiedono di scegliere una sola appartenenza.
La discriminazione percepita non produce automaticamente violenza. Può però diminuire la fiducia nelle istituzioni e indebolire il senso di appartenenza nazionale.
Quando il gruppo diventa l’unico luogo di appartenenza
Durante l’adolescenza il bisogno di riconoscimento è particolarmente intenso. Se la scuola viene vissuta come il luogo dell’insuccesso, la famiglia come uno spazio incapace di comprendere e la comunità religiosa come una realtà distante, il gruppo dei pari può assumere una funzione sostitutiva.
La compagnia offre un nome, un linguaggio e una forma di protezione. In questo contesto, la reputazione può prendere il posto dell’autostima, la paura viene scambiata per rispetto e la disponibilità alla violenza viene interpretata come forza. I social network amplificano queste dinamiche: un’aggressione può essere filmata, condivisa e trasformata in spettacolo, soprattutto dove si intrecciano marginalità economica, fallimento scolastico e debolezza dei legami con le istituzioni.
L’Islam non è la causa, ma può essere parte della risposta
Nei comportamenti comunemente associati ai cosiddetti “maranza”, i riferimenti dominanti non sono religiosi, ma quelli del consumo, del denaro, della strada, della reputazione e della forza. Identificare queste condotte con l’Islam è quindi privo di fondamento: origine familiare, cittadinanza e fede non sono categorie intercambiabili.
Ma proprio perché l’Islam non è la causa, le comunità musulmane non possono considerarsi estranee alla risposta. Non basta intervenire dopo ogni fatto di cronaca per dichiarare che la violenza non rappresenta l’Islam. Occorre lavorare prima, costruendo un’educazione capace di impedire che la violenza venga normalizzata.
La forza come dominio di sé
La tradizione islamica propone un’idea della forza molto diversa dalla capacità di intimidire o sottomettere gli altri. In un celebre detto profetico, trasmesso da al-Bukhari e Muslim, la persona forte non è chi prevale fisicamente, ma chi sa dominarsi nel momento dell’ira. La forza viene così spostata dal controllo dell’altro al governo di sé.
Anche il Qur’an presenta la diversità tra popoli e comunità non come una ragione di superiorità, ma come un’occasione di conoscenza reciproca (49:13), e ordina giustizia, eccellenza e generosità proibendo ciò che è vergognoso e oppressivo (16:90). Il bullismo, l’umiliazione del debole e la violenza di gruppo sono incompatibili con questi principi.
La prospettiva islamica, tuttavia, non può fermarsi a una condanna astratta. Deve diventare pedagogia concreta: autocontrollo, responsabilità, rispetto delle leggi, dignità altrui e protezione delle persone vulnerabili. Una fede ridotta al rito incide poco sul comportamento; acquista profondità quando produce disciplina interiore e responsabilità sociale.
Le responsabilità di famiglie e comunità musulmane
Le famiglie sono il primo ambiente educativo, ma non possono essere indicate come le uniche responsabili del disagio. Molti genitori immigrati hanno affrontato lavori pesanti, precarietà abitativa e lunghi periodi di assenza; possono conoscere poco la scuola italiana o le nuove forme della socializzazione adolescenziale. Tra genitori e figli può così crearsi una distanza culturale che il timore dell’assimilazione rischia di allargare.
Anche le moschee devono ripensare il proprio ruolo. Per molti anni le comunità musulmane italiane hanno concentrato le energie sulla disponibilità e sul riconoscimento dei luoghi di culto. Oggi la sfida riguarda i giovani che entrano in quei luoghi e, ancora di più, quelli che hanno smesso di entrarvi.
Non è sufficiente trasmettere nozioni religiose senza affrontare scuola, violenza, dipendenze, sessualità, social network, discriminazione e cittadinanza. Servono imam capaci di parlare italiano e comprendere il territorio, ma anche educatori professionali, psicologi, mediatori e figure credibili provenienti dalle stesse seconde generazioni.
Gli incontri pubblici sostenuti dalla Confederazione Islamica Italiana, come quello di Cuorgnè 2025, e le iniziative promosse in altre città, tra cui Milano, sono segnali positivi. La sensibilizzazione, però, non basta: servono interventi continuativi e verificabili, dall’ascolto di adolescenti e famiglie al doposcuola, alle attività sportive e culturali, fino a collaborazioni stabili con scuole, servizi sociali e professionisti della salute mentale.
Non basta costruire un luogo di culto. Occorre costruire una funzione educativa.
Scuola, prevenzione e sicurezza
La scuola è il principale luogo nel quale le seconde generazioni incontrano la società italiana. Può diventare spazio di riconoscimento e mobilità sociale, oppure il primo ambiente dell’esclusione. Ritardo e abbandono non dipendono soltanto dalle capacità individuali: pesano difficoltà linguistiche iniziali, condizioni economiche familiari, concentrazione degli studenti con background migratorio in alcuni istituti e aspettative ridotte degli adulti.
L’esperienza di Modena mostra la necessità di unire sicurezza e prevenzione. Nel 2025 il Comune ha effettuato 215 controlli in abiti civili e 285 interventi con unità cinofile nelle aree scolastiche considerate più sensibili. Allo stesso tempo, ha mantenuto sportelli psicologici, programmi di mediazione, educativa di prossimità e servizi contro la dispersione scolastica. Nell’anno scolastico 2024-2025 gli sportelli hanno registrato 300 accessi nelle scuole medie e 700 nelle superiori, secondo i dati diffusi dal Comune.
Sicurezza e inclusione non sono alternative
Il dibattito pubblico viene spesso costruito intorno a una falsa scelta: da una parte chi chiede sicurezza e rispetto delle regole, dall’altra chi cerca di comprendere le cause sociali del disagio. Una politica responsabile deve fare entrambe le cose.
Chi aggredisce un coetaneo deve rispondere delle proprie azioni. Povertà, discriminazione o storia familiare difficile non cancellano la responsabilità individuale e la vittima non può essere sacrificata in nome dell’analisi sociale. Ma una risposta che comincia e finisce con la repressione interviene quando il fallimento si è già verificato.
Una sicurezza duratura richiede anche la capacità di impedire che un ragazzo abbandoni la scuola, perda ogni prospettiva e trovi nel gruppo violento l’unica appartenenza disponibile. Servono forze dell’ordine presenti, educazione di strada, sostegno psicologico, contrasto alla dispersione, formazione professionale, spazi sportivi e culturali, sostegno alle famiglie e coinvolgimento delle comunità religiose.
L’inclusione non significa assenza di regole. Significa rendere una persona parte di una comunità di diritti e doveri.
Una responsabilità delle Comunità Islamiche
Le comunità musulmane hanno il diritto di respingere le generalizzazioni che associano automaticamente l’Islam alla devianza. Ma questo diritto deve essere accompagnato dalla disponibilità a riconoscere i problemi che riguardano una parte dei giovani cresciuti nelle famiglie musulmane.
Negare ogni criticità per paura della strumentalizzazione indebolisce la credibilità delle organizzazioni islamiche. Accettare categorie stigmatizzanti significherebbe però abbandonare questi ragazzi allo sguardo di chi li considera irrimediabilmente estranei.
L’Islam italiano deve assumere una posizione più matura: difendere la dignità della comunità senza nascondere i problemi; condannare la violenza senza criminalizzare un’intera generazione; collaborare con le istituzioni senza rinunciare alla propria autonomia educativa. Il concetto islamico di amana, responsabilità affidata all’essere umano, riguarda anche tutela dei giovani, prevenzione del danno e bene della società.
Oltre gli stereotipi, senza rimuovere la realtà
La grande maggioranza dei giovani musulmani italiani studia, lavora, costruisce relazioni e partecipa alla società. Questa normalità riceve meno attenzione di un’aggressione o di un altro episodio di cronaca. Ciò non autorizza a ignorare la minoranza coinvolta nella dispersione scolastica, nella marginalità, nella violenza o nei circuiti criminali.
Le seconde e terze generazioni musulmane non sono una presenza provvisoria: sono parte dell’Italia contemporanea e del suo futuro. L’Islam italiano può diventare una forza educativa capace di riconoscere il disagio, richiamare ciascuno alle proprie responsabilità e offrire un’appartenenza positiva, fondata sulla fede, sulla cittadinanza e sul bene comune.
La sfida è trasformare una possibile identità di margine in una piena appartenenza responsabile, affinché essere italiani, europei e musulmani non venga più percepito come una contraddizione.
Massimo Cozzolino


