

Ci sono figure che, pur vivendo lontano dai riflettori, lasciano un’impronta profonda nel cuore delle persone e nella vita spirituale di intere comunità. Quando uno di questi maestri viene a mancare, il dolore non è soltanto personale: è come se si spegnesse una lampada che orientava, consolava e richiamava all’essenziale. È in questo sentimento, intrecciato a gratitudine e invocazione, che molti credenti salutano la scomparsa di Shaykh Habib Omar ibn Hamid al-Jilani (1950- 23.01.2025), figura proveniente dalla prestigiosa tradizione Hadrami dello Yemen, chiedendo ad Allah l’Altissimo di avvolgerlo nella Sua misericordia sconfinata.
Il tratto che più spesso viene riconosciuto ai veri educatori spirituali non è la sola vastità delle nozioni, ma la capacità di nutrire: formare persone, non semplicemente trasferire informazioni. Un “sapiente che educa” (in senso pieno) non usa la conoscenza per dominare, per spiccare o per creare partigianerie; al contrario, la rende una via di cura, di equilibrio e di maturazione.
Nel ricordo di Shaykh Habib Omar ibn Hamid al-Jilani emerge proprio questo: un docente e guida che ha consacrato la vita al servizio della conoscenza sacra secondo una linea sobria, centrale, sapiente, ancorata alla via profetica e all’orizzonte di Ahl al-Sunna wa’l-Jamaʿa. In tempi in cui la religione può essere ridotta a slogan, contrapposizioni o identità di facciata, la sua opera viene evocata come un richiamo al “baricentro”: l’Islam vissuto con lucidità, misericordia e senso delle priorità.
La città sacra rappresenta il ritorno, la direzione, l’essenziale. Un maestro che insegna lì per anni, tra il flusso dei pellegrini e la costanza dei residenti, diventa per forza di cose un punto d’incontro tra mondi diversi: lingue, storie, sensibilità.
Shaykh Habib Omar ibn Hamid al-Jilani è ricordato come uno studioso di rilievo in Mecca e come muftì nel madhhab shafiʿita. La sua specializzazione nel campo delle tradizioni profetiche (Hadith) lo rendeva un punto di riferimento indiscusso. Ma, più delle cariche, resta la sostanza di ciò che ha fatto per decenni: insegnare il Corano, la Sunna, la giurisprudenza (fiqh) e ciò che potremmo chiamare “educazione del cuore” — quel lavoro paziente di rettifica interiore, purificazione dell’intenzione, disciplina dell’ego e crescita dell’adab.
Le sue cerchie di studio vengono descritte come luoghi di profondità e chiarezza, ma anche di compassione: non aule fredde, bensì spazi in cui la scienza era accompagnata da un tono umano, capace di accogliere il cercatore, il viandante, il dubbioso, il ferito.
Nel patrimonio islamico, la conoscenza non è considerata autentica se non produce un cambiamento reale. Non basta “sapere”: occorre che quel sapere generi khashya, il timore riverente, la consapevolezza di Allah che rende umili e vigili. È una differenza decisiva: la conoscenza che gonfia l’ego non è luce; la conoscenza che porta a rettitudine, pudore spirituale e gentilezza è segno di benedizione.
Per questo, nel ricordo del Shaykh, torna spesso un’idea centrale: la vera comprensione della religione si manifesta nel carattere e nella condotta. Un fiqh senza sincerità diventa aridità; una spiritualità senza adab diventa confusione; un richiamo a Allah senza misericordia diventa durezza. La sua vita viene dunque narrata come testimonianza vivente che sapere e agire devono camminare insieme: lo studio con l’adorazione, la parola con l’esempio, l’orientamento con la cura delle persone.
E c’è un altro aspetto sottile ma fondamentale: l’attenzione agli “stati” di chi gli stava attorno. Un vero maestro non si limita a correggere concetti; osserva le fragilità, incoraggia senza umiliare, richiama senza spezzare. Molti lo hanno percepito con il calore di un educatore “paterno”, capace di tenere insieme autorevolezza e compassione.
Nella tradizione islamica la perseveranza (thabat) è un dono immenso: rimanere saldi nel bene, continuare a servire, non interrompere la chiamata ad Allah quando la fatica cresce. La sua morte viene ricordata con un’immagine potente: quella di un uomo rimasto attivo nell’insegnamento e nell’invito al bene fino all’ultimo respiro, poiché lo Sheikh è venuto a mancare mentre era in viaggio verso Jakarta per una missione di da’wa e di insegnamento. Questo dettaglio rivela molto: non ritirato nella quiete, ma in viaggio dove la comunità lo chiamava.
Si parla di lui come di un “uomo in cammino” sulla via di Allah: un’espressione che richiama l’idea di lasciare qualcosa per Dio, di spostarsi interiormente e materialmente verso ciò che è più gradito, e di vivere l’esistenza come movimento intenzionale. È una lettura spirituale della fine: non solo la chiusura di una biografia, ma il compimento di una direzione.
Quando muore un grande maestro, la comunità non fa soltanto cordoglio: si interroga. Chi continuerà ad insegnare con equilibrio? Chi saprà unire rigore e misericordia? Chi proteggerà i cercatori dalle semplificazioni aggressive, semplificazioni polemiche, settarismo?
Per questo le invocazioni non chiedono solo perdono e misericordia per il defunto, ma anche una “successione” di uomini e donne di scienza che incarnino lo stesso ethos: studiosi che agiscono secondo ciò che sanno, guide che non cercano prestigio ma utilità, educatori che riportino alla bellezza della Sunna e alla centralità dell’adab.
Nel Corano, Allah l’Altissimo ricorda che per chi intraprende il cammino verso di Lui, la ricompensa è presso di Lui. Questa promessa — che i credenti citano spesso nei momenti di lutto — non è un conforto generico: è un modo di affidare a Dio ciò che nessuna parola umana può misurare.
La scomparsa di Shaykh Habib Omar ibn Hamid al-Jilani è un dolore, ma anche un richiamo. Ricorda che la conoscenza non è un ornamento: è servizio. Che la guida autentica non è spettacolo: è presenza. Che la religione, quando è compresa nel suo centro, produce timore reverente, sincerità e gentilezza, non arroganza e litigiosità.
Resta la preghiera che Allah lo accolga nella Sua misericordia, innalzi il suo grado tra coloro che hanno unito sapere e azione, e doni alla Umma una continuità di maestri capaci di trasmettere non solo testi e regole, ma anche luce, equilibrio e compassione.
Omar Messaoui