


Svezia – Stoccolma: Manifestazioni contro il gesto di bruciare il Corano di Salwan Momika (2017)
Nel cuore della Svezia, un evento drammatico ha riportato l’attenzione su una questione che tocca profondamente i sentimenti di milioni di musulmani in tutto il mondo: il rispetto per ciò che è sacro. Salwan Momika, un rifugiato iracheno di 38 anni, noto per aver bruciato pubblicamente copie del Sacro Corano nel 2023, è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco nella sua abitazione a Södertälje. L’omicidio, avvenuto mentre Momika era in diretta sui suoi profili social, ha scatenato un acceso dibattito su giustizia, libertà di espressione e il limite tra provocazione e offesa.
Come ha osservato un giovane attivista per i diritti umani, “Coloro che hanno commesso questo crimine devono essere arrestati e puniti adeguatamente. Se si tratta di musulmani (come è altamente probabile), essi sono una disgrazia per l’Islam e una fonte di vergogna per tutti i musulmani“.
Momika divenne tristemente famoso il 28 giugno 2023, quando, in un atto deliberato, bruciò una copia del Corano davanti alla principale moschea di Stoccolma. Questo gestseo, compiuto durante una festività islamica, suscitò indignazione e proteste in numerosi Paesi musulmani, oltre a creare tensioni diplomatiche tra la Svezia e il mondo islamico. Per i musulmani, il Corano non è semplicemente un libro, ma la Parola di Iddio, un testo sacro che guida la vita spirituale e morale di oltre un miliardo di persone. Profanarlo equivale a profanare l’essenza stessa della fede islamica.
Le azioni di Momika non solo hanno ferito profondamente i sentimenti religiosi di molti, ma hanno anche alimentato un clima di odio e divisione, mettendo a rischio la convivenza pacifica in una società già segnata da tensioni culturali e religiose. Nonostante ciò, Momika ha continuato con atti simili, attirando su di sé processi legali e un crescente isolamento sociale.
L’assassinio di Momika, avvenuto nella tarda serata di mercoledì, ha portato all’arresto di cinque persone, mentre la polizia svedese sta ancora indagando sulle circostanze del crimine. Tra le ipotesi c’è quella di un possibile ingresso dell’assassino nell’appartamento attraverso il tetto. Tuttavia, il caso solleva interrogativi più profondi: fino a che punto si può spingere la libertà di espressione senza violare i diritti e i sentimenti degli altri?
E quali sono le conseguenze di atti che, pur rivendicando una presunta libertà, seminano divisione e rancore?
Questo tragico episodio ci ricorda che la libertà di espressione non può essere usata come pretesto per alimentare odio e divisione, così come la fede non può essere strumentalizzata per giustificare atti di violenza.
Nella tradizione islamica, il concetto di sacralità rappresenta un pilastro fondamentale che permea ogni aspetto della vita spirituale e sociale. Il Sacro Corano, testo rivelato e guida suprema per i fedeli musulmani, delinea con straordinaria chiarezza l’importanza del rispetto reciproco tra le diverse fedi, promuovendo un dialogo interreligioso basato sulla comprensione e la tolleranza.
Quando si verificano atti di deliberata profanazione del sacro, come nel caso delle azioni di Momika, non ci troviamo di fronte a una semplice manifestazione di dissenso, bensì a un’aggressione profonda che ferisce l’anima stessa di un’intera comunità di credenti. Tali gesti vanno oltre la mera provocazione, configurandosi come veri e propri attacchi alla dignità umana e alla pacifica convivenza tra i popoli.
La drammatica conclusione della vicenda Momika, per quanto dolorosa e condannabile secondo i principi islamici e giuridici, ci pone davanti a una riflessione cruciale sulle conseguenze di azioni che seminano odio e divisione nella società. L’Islam, infatti, pone la giustizia (adl) come virtù cardinale, ma insiste affinché essa sia perseguita attraverso vie legittime e pacifiche, mai attraverso la violenza o la vendetta personale. Come magnificamente espresso nel versetto coranico: “Non lasciate che l’odio verso un popolo vi spinga a essere ingiusti. Siate giusti: ciò è più vicino alla pietà” (Corano, 5:8).
Questo insegnamento sublime ci ricorda che la vera forza dell’Islam risiede nella sua capacità di promuovere la giustizia attraverso la misericordia, la comprensione e il dialogo costruttivo, anche – e soprattutto – nei momenti di maggiore tensione e conflitto.
Questo episodio dovrebbe spingere la comunità internazionale a riflettere sull’importanza del rispetto reciproco e della convivenza pacifica. La libertà di espressione è un diritto fondamentale, ma non può essere usata come scudo per giustificare l’odio e la provocazione. Allo stesso modo, la risposta alla provocazione non può essere la violenza, ma un dialogo costruttivo che promuova la comprensione reciproca.
Il caso di Salwan Momika è un monito per tutti: le parole e le azioni hanno conseguenze. È responsabilità di ogni individuo, indipendentemente dalla propria fede o ideologia, contribuire a costruire un mondo in cui il rispetto e la dignità siano al centro delle relazioni umane. Solo così si potrà evitare che tragedie come questa si ripetano e si potrà lavorare per un futuro di pace e armonia tra le diverse culture e religioni.
Redazione