


L’accorciamento delle preghiere durante il viaggio (ṣalāt at-taqseer -صلاة التقصير) rappresenta una disposizione normativa che mette in luce la flessibilità e l’essenzialità dell’Islam in materia di culto. Si tratta di una sunna consolidata che, seguendo l’unanime opinione dei sapienti, andrebbe preservata e non trascurata.
Allāh ﷻ dice nel sacro Corāno:
وإذا ضربتم في الأرض فليس عليكم جناح أن تقصروا من الصلاة إن خفتم أن يفتنكم الذين كفروا
E quando vi mettete in viaggio sulla terra [in Ṣafar], non commettete peccato se accorciate le vostre preghiere.
[Al-Nisāʾ; 101]
Il Ṣafar, come si deduce dal versetto coranico, e dalle varie derivazioni dalla Sunna, non è una questione di distanza percorsa, ma uno stato mentale. Qualsiasi viaggio consentito (non intrapreso per commettere peccati o disobbedienza), rientrante nella definizione linguistica della parola Safar, sarebbe sufficiente per abbreviare la preghiera. Propriamente la preghiera del viaggiatore.
Si è considerati musāfir, ovvero viaggiatori, quando ci si allontana dalla propria città per recarsi in un luogo situato ad una distanza tale che, secondo un criterio di ragionevolezza, possa essere considerato come un effettivo spostamento, breve o lungo che sia. Sta alla mentalità, cultura e consuetudini del proprio territorio [عُرْفُ – urf ) stabilire quando si è musāfir e quando no. Nella sunna non ci sono indicazioni precise che circoscrivano il significato generale del termine Ṣafar (viaggio) ad una specifica accezione.
Il Profeta ﷺ abbreviava la preghiera [Qasr] ogni volta che era in viaggio [Ṣafar]. Il profeta ﷺ è riportato che ha detto: “Allāh gradisce che i Suoi servi usufruiscano delle concessioni legittime concesse loro allo stesso modo in cui gradisce che osservino i loro obblighi.”
In generale, la maggioranza degli studiosi ritiene che abbreviare la preghiera [sebbene non Wājib – non obbligatorio], sia Mustahabb, ovvero consigliato. È stato riferito in un ḥadīth narrato da ʿĀʾisha bint Abī Bakr (che Allāh sia soddisfatto di lei) che quando le preghiere furono inizialmente prescritte, consistevano in due rakaʿāt ciascuna. Successivamente la preghiera in viaggio rimase invariata mentre quella per i non viaggiatori fu completata.
Il punto di vista secondo cui abbreviare la preghiera è preferibile (mustahabb) è inoltre supportato dal fatto che il Profeta ﷺ abbreviò la preghiera in tutti i suoi viaggi e non esiste alcun rapporto autentico che indichi che abbia mai pregato in modo completo quando era in viaggio. Quando si è in stato di Safar, si è ricompensati da Allāh ulteriormente per l’abbreviazione, pregando le quattro rakaʿāt come due, non per aver pregato completando le quattro rakaʿāt.
ʿAbd Allāh ibn ʿUmar, compagno del Profeta صلى الله عليه وسلم, riferisce in un ḥadīth: “Ho viaggiato con il Profeta ﷺ, con Abū Bakr e con mio padre ʿUmar e in ogni viaggio abbiamo sempre pregato Qasri“.
Tuttavia, se una persona prega per qualsiasi motivo la Salat completa (quattro rakaʿāt) quando è in viaggio, la preghiera è valida. Non commette peccato, la sua preghiera è permessa, ma va contro la Sunna.
La situazione in cui un viaggiatore deve invece pregare la ṣalāt completa (quattro rakaʿāt) senza abbreviare è se prega dietro un residente in congregazione (jamāʿah). In tal caso deve seguire l’imām, sulla base della seguente raccomandazione del Profeta ﷺ: “L’Imām viene nominato per essere seguito, quindi non obiettate“.
Le scuole concordano sul fatto che la riduzione delle preghiere durante il viaggio (Qasr) è limitata alle quattro preghiere obbligatorie, ṣalāt al-ẓuhr, ṣalāt al-ʿaṣr e ṣalāt al-ʿishāʾ, che saranno eseguite in due rakaʿāt. Le altre due preghiere obbligatorie, ṣalāt al-Fajr e ṣalāt al-maġrib, rimangono come invariate.
Esistono diverse opinioni su quando abbia inizio il periodo del Qasr durante un viaggio. Tuttavia, la grande maggioranza dei Compagni del Profeta e dei primi musulmani era concorde sul fatto che il Safar iniziasse non appena si usciva dai confini della città di residenza.
È riportato che Ibn ‘Umar e altri hanno fatto il qasr (abbreviazione della preghiera) per più di sei mesi. E lui [Ibn ‘Umar] diceva: “Se avessi deciso di risiedere, avrei recitato le preghiere per intero“.
Il suddetto scenario può essere considerato una prova del fatto che, giunti alla destinazione temporanea, qualora non si conosca con certezza il momento del rientro, essendo ogni singolo giorno potenzialmente quello del ritorno, in uno stato di incertezza continua, in tal caso la norma applicabile è quella relativa al al-müsâfir (il viaggiatore), e pertanto è consentito procedere con l’esecuzione del Qasr (l’abbreviazione della preghiera).
Il criterio determinante era la percezione soggettiva di trovarsi al di fuori dei limiti del proprio insediamento abituale: una volta varcata quella soglia ideale, si considera iniziato il Safar e di conseguenza praticare il Qasr nelle preghiere rituali. Questa era l’opinione largamente condivisa dai seguaci dei primi tempi dell’Islam.
Abbas Kiwuwa