

Viviamo in un’epoca in cui la lamentela è diventata una forma diffusa di comunicazione. Essa si insinua nei discorsi pubblici, nei social, nelle relazioni personali. Spesso non cerca soluzione, ma conferma; non genera responsabilità, ma alimenta risentimento. È una ripetizione sterile che consuma energie interiori e indebolisce i legami.
Eppure l’Islam distingue con chiarezza tra la lamentela distruttiva e il lamento che diventa invocazione ad Allah. Questa distinzione non è soltanto morale o psicologica: è radicata nella teologia coranica e nella spiritualità profetica. Essa è decisiva non solo sul piano spirituale, ma anche su quello antropologico e sociale.
La lamentela sterile (shakwā in senso negativo) è un discorso chiuso: si ripiega su se stesso, cerca complicità emotiva, ma non apre orizzonti. Produce frustrazione, talvolta vittimismo, e spesso allontana chi ascolta.
La tradizione islamica distingue però tra:
• shakwā ilā Llāh – lamentarsi ad Allah;
• shakwā min Allāh – lamentarsi di Allah.
La prima è lecita e persino spiritualmente elevata; la seconda implica una contestazione del decreto divino (qaḍāʾ) ed è teologicamente problematica.
Diverso dalla lamentela sterile è il lamento che si fa supplica (duʿāʾ, tadarruʿ). Il Corano ci offre un esempio luminoso nelle parole del profeta Yaʿqūb (عليه السلام):
«Innamā ashkū baththī wa ḥuznī ilā Llāh»
“Io mi lamento del mio dolore e della mia tristezza ad Allah” (Cor. 12:86).
Qui il dolore non viene negato né represso. Viene orientato. Non si trasforma in accusa verso il mondo, ma in apertura verso l’Altissimo. È un movimento verticale che impedisce alla sofferenza di diventare rancore.
Nello stesso contesto Yaʿqūb parla di ṣabr jamīl (“bella pazienza”): una pazienza priva di ribellione contro Iddio e priva di esibizione narcisistica del dolore. Non è anestesia emotiva; è disciplina del cuore.
L’invocazione ad Allah è dunque atto di verità: riconosce la fragilità umana e, insieme, la trascendenza divina. È consapevolezza che il cuore umano non è autosufficiente.
Nel tempo contemporaneo si è perso anche il senso del pianto autentico. Si grida molto, ma si piange poco. L’Islam, invece, attribuisce alle lacrime una dignità spirituale profonda.
Il Profeta ﷺ pianse per la morte del figlio Ibrāhīm e disse:
«L’occhio versa lacrime, il cuore è addolorato, ma non diciamo se non ciò che compiace il nostro Signore».
Questo insegnamento contiene una pedagogia completa:
• il dolore è legittimo;
• l’emozione non è negata;
• la parola resta disciplinata dalla coscienza di Allah.
In un altro ḥadīth (Ṣaḥīḥ al-Bukhārī e Muslim) si menziona, tra coloro che riceveranno un’ombra speciale nel Giorno del Giudizio, «un uomo che ricorda Allah in solitudine e i suoi occhi si riempiono di lacrime».
Nella spiritualità islamica classica, il pianto non è sentimentalismo, ma segno di raqāqat al-qalb (tenerezza del cuore). È un atto conoscitivo: indica che il cuore ha percepito la propria dipendenza ontologica da Allah. In questo senso le lacrime sono segno di coscienza, non di debolezza.
La lamentela continua produce un effetto corrosivo: chi si lamenta senza sosta finisce per identificarsi con il proprio disagio. La sua identità diventa la ferita.
Il Corano propone invece un principio dinamico:
«Inna Llāha lā yugayyiru mā bi-qawmin ḥattā yugayyirū mā bi-anfusihim»
“In verità Allah non cambia la condizione di un popolo finché esso non cambia ciò che è in sé stesso” (Cor. 13:11).
Questo versetto non afferma un volontarismo autosufficiente; non dice che l’uomo si salva da solo. Indica piuttosto una sinergia tra iniziativa umana e decreto divino: il cambiamento storico passa attraverso la trasformazione morale.
Trasformare il lamento in invocazione significa compiere questo passaggio:
• dalla reazione emotiva alla riflessione;
• dal vittimismo alla responsabilità;
• dal rumore alla coscienza.
Nel quadro di EuroIslam, ciò implica una spiritualità capace di radicamento e apertura: radicamento nella fede, apertura nella cittadinanza attiva. L’invocazione autentica non separa dal mondo; prepara ad abitarlo con maggiore lucidità.
Invocare Allah non è evasione spiritualistica. È riconoscere che il bene comune non può nascere dal rancore.
Teologicamente, la supplica (duʿāʾ) è inseparabile dall’azione (ʿamal). L’affidamento (tawakkul) non elimina la responsabilità; la orienta.
Una comunità che trasforma la lamentela in supplica acquisisce tre qualità fondamentali:
1. Ṣabr – resilienza attiva, non passività.
2. Tawakkul – fiducia operosa, non fatalismo.
3. Raḥma – misericordia come principio relazionale.
In un’Europa attraversata da polarizzazioni, la voce islamica può proporre un’etica della profondità: meno reazione impulsiva, più interiorità; meno accusare, più costruire.
La trasformazione del lamento non è automatica: è frutto di educazione spirituale.
Significa insegnare alle nuove generazioni:
• a distinguere tra espressione del dolore e coltivazione del risentimento;
• a praticare la shakwā ilā Llāh anziché la protesta sterile;
• a tradurre l’invocazione in servizio concreto.
L’invocazione ad Allah libera dal bisogno compulsivo di approvazione umana. Quando il cuore si orienta verso l’Alto, la parola si purifica. Non diventa più strumento di sfogo, ma mezzo di costruzione.
Il nostro tempo è rumoroso, ma spiritualmente fragile. La cultura della lamentela diffusa produce comunità stanche e diffidenti.
L’Islam offre una via più profonda:
Il lamento che sale al cielo ritorna sulla terra come forza morale.
Diventa responsabilità, pazienza, servizio.
Nel contesto europeo, questa trasformazione interiore è già un atto civile.
Perché una comunità che sa pregare con sincerità è anche una comunità capace di agire con equilibrio.
Dal rumore sterile alla supplica feconda: questa è la conversione del cuore che può generare bene comune.
Abdellah M. Cozzolino