

L’Europa continua a reagire agli shock geopolitici con un automatismo rassicurante: invocare il diritto internazionale come se fosse, di per sé, una politica estera. È una postura comprensibile, perché per decenni l’Unione — e, più in generale, l’Occidente europeo — ha potuto abitare un ordine internazionale relativamente prevedibile, nel quale le regole e le istituzioni multilaterali non erano soltanto un orizzonte normativo, ma anche un moltiplicatore di stabilità garantito, in ultima istanza, dalla superiorità strategica americana.
La discontinuità che osserviamo oggi non consiste nell’improvvisa “morte” del diritto, bensì nella sua perdita di autosufficienza. In un sistema che torna a strutturarsi come competizione tra potenze, la norma resta un linguaggio essenziale — di legittimazione, di contestazione, di gestione — ma difficilmente può funzionare come vincolo effettivo senza capacità materiali e coesione politica. È in questo contesto che va letta la postura statunitense degli ultimi anni, formalizzata e resa esplicita in documenti strategici (National Security Strategy) che hanno un significato più profondo della contingenza elettorale: l’affermazione di una dottrina operativa che privilegia l’interesse nazionale, riduce la deferenza verso le mediazioni sovranazionali e assume che deterrenza e coercizione producano risultati più affidabili di un multilateralismo percepito come lento, catturabile o paralizzato.
L’episodio venezuelano — con l’arresto di Maduro, condotto in modo da bypassare simbolicamente e materialmente i formalismi tradizionali — è stato interpretato in Europa soprattutto come una violazione dell’ordine giuridico. Ma, se lo si guarda come segnale strategico, esso indica qualcosa di diverso: la scelta americana di operare in modo proattivo, anche a costo di erodere l’idea che l’azione esterna debba sempre transitare per una legittimazione multilaterale piena. Non si tratta di stabilire qui se tale scelta sia desiderabile; si tratta di riconoscere che essa risponde a una diagnosi — condivisa, a vari livelli, da settori significativi dell’establishment statunitense — secondo cui il quadro legale internazionale è diventato incapace di neutralizzare minacce che si presentano ormai come ibride, transnazionali e persistenti.
La discussione sul regime change mostra bene perché il dibattito europeo rischi spesso di essere “morale” più che analitico. Sul piano strettamente giuridico, l’uso della forza resta vietato salvo eccezioni (autodifesa e autorizzazione del Consiglio di Sicurezza). Tuttavia, nella prassi, la materia è attraversata da incoerenze: l’assenza di una norma consuetudinaria chiara sui cambi di regime unilaterali; l’uso ricorrente, ma controverso, di argomenti umanitari; la difficoltà di conciliare il principio di sovranità con situazioni in cui il potere politico si salda a economie criminali e a reti transnazionali armate. Ne deriva una conseguenza cruciale: quando le istituzioni multilaterali non riescono a produrre decisioni vincolanti — per veti, equilibri, calcoli — la distinzione tra legalità formale e razionalità strategica tende ad allargarsi. E il vuoto viene colmato da chi possiede strumenti per agire.
Un caso che rende evidente questa perdita di autosufficienza è la guerra Russia–Ucraina. Qui il diritto internazionale fornisce il vocabolario della condanna e della legittimazione (aggressione, sovranità, crimini di guerra), ma non produce automaticamente deterrenza né ripristina l’ordine violato. A decidere la tenuta del fronte ucraino — e, indirettamente, la credibilità europea — sono soprattutto capacità materiali: munizionamento, difesa aerea, intelligence, industria, logistica e continuità politica. È il punto in cui l’Europa scopre che la norma, senza potenza e coesione, resta vera ma non basta.
È precisamente qui che l’Europa mostra la propria vulnerabilità. La ripetizione del mantra “diritto internazionale violato” può essere eticamente coerente, ma diventa politicamente sterile se non è accompagnata da un pensiero strategico sulle conseguenze: quali obiettivi si perseguono, con quali strumenti, con quali alleanze, e soprattutto con quale disponibilità a sostenere i costi della sicurezza. La legalità, in assenza di capacità, rischia di trasformarsi in un lessico dell’impotenza.
Per comprendere fino in fondo questa dinamica, è utile richiamare alcuni casi emblematici di intervento e pressione esterna. L’Afghanistan, dopo vent’anni di presenza militare occidentale, mostra i limiti di un progetto di trasformazione statuale sostenuto da forza militare ma privo di radicamento politico. L’Iraq, dal 2003 in poi, evidenzia come la rimozione di un regime possa generare vuoti di potere che vengono rapidamente occupati da attori settari e transnazionali. La Siria rappresenta l’esempio più chiaro di come l’assenza di una linea coerente occidentale abbia lasciato spazio a un’arena di competizione tra potenze, milizie e proxy, con effetti destabilizzanti che si estendono ben oltre il teatro locale. A questi si aggiungono casi come la Libia e lo Yemen, dove l’intervento esterno, diretto o indiretto, ha interagito con fragilità interne producendo sistemi di conflitto difficilmente ricomponibili.
Un riferimento ulteriore, spesso sottovalutato nel dibattito europeo, è il Sahel. Qui l’Unione Europea ha investito per anni in missioni di addestramento, assistenza istituzionale e sostegno alla governance, senza però dotarsi di una strategia coercitiva credibile né di una volontà politica unitaria. Il risultato è stato il progressivo collasso di regimi partner, una sequenza di colpi di Stato e il ritiro forzato delle presenze europee, mentre altri attori — dalla Russia, attraverso strutture paramilitari, fino a potenze regionali — hanno occupato il vuoto offrendo sicurezza immediata in cambio di influenza. Il Sahel mostra con particolare chiarezza come, in contesti di fragilità statale, la competizione non si giochi tra modelli normativi, ma tra capacità di controllo territoriale, gestione coercitiva della violenza e protezione dei flussi economici. È anche uno dei luoghi in cui l’instabilità prodotta si trasferisce più direttamente verso lo spazio mediterraneo ed europeo.
Un chiarimento sul caso mediorientale è necessario per evitare semplificazioni. Molte delle dinamiche oggi in discussione riguardano in modo specifico il rapporto con l’Iran e la percezione, da parte degli Stati Uniti, di minacce che richiedono deterrenza, pressione e — in ultima istanza — la credibilità dell’uso della forza. In questo quadro, il conflitto non è riducibile a una dimensione morale o identitaria, ma va letto come confronto tra architetture di potere, reti di proxy e capacità di proiezione regionale.
Quando si affrontano le possibili convergenze tra attori armati, economie illegali e apparati statuali, è essenziale usare un linguaggio analitico rigoroso. Non si tratta di religioni o identità collettive, ma di interazioni operative tra reti che sfruttano territori, documenti, canali finanziari e logistiche. La mancanza di precisione su questo punto produce un duplice effetto negativo: alimenta diffidenze indiscriminate e, al tempo stesso, indebolisce la capacità di riconoscere e contrastare le minacce reali.
La stessa logica si applica, in modo meno esplosivo ma sempre più rilevante, all’Artico e alla Groenlandia: un quadrante in cui rotte marittime, risorse, basi, infrastrutture critiche e vantaggio tecnologico pesano più delle enunciazioni di principio. Anche qui la competizione tra potenze sposta l’asse dal solo richiamo alla legalità alla capacità concreta di presenza, controllo e proiezione, ponendo l’Europa davanti a una scelta netta: limitarsi a osservare decisioni prese altrove oppure costruire strumenti politici, industriali e di sicurezza capaci di evitarle la marginalità.
Da questo punto di vista, la postura americana appare coerente con una premessa: se le minacce sono transnazionali e i regimi che le ospitano o le facilitano non sono scalfibili dall’interno, allora la trasformazione — se avverrà — passerà per la pressione esterna. A rafforzare questa convinzione contribuisce un elemento spesso sottovalutato nel dibattito europeo: la crescente stabilità tecnologica dei regimi autoritari, sostenuta da apparati di sorveglianza, repressione selettiva e controllo informativo, che riducono gli spazi di cambiamento endogeno.
In questa cornice, le letture semplicistiche — Trump come “subordinato” di Mosca o come architetto di una spartizione del mondo con Russia e Cina — risultano analiticamente deboli. Il quadro è più instabile: non una divisione ordinata, ma una collisione tra razionalità strategiche. La Russia investe in strumenti ibridi e reti di influenza; la Cina proietta potenza economica e tecnologica; gli Stati Uniti, nella loro versione più assertiva, segnalano di non riconoscere come intangibili le sfere di influenza altrui. L’egemonia regionale non è un diritto, ma una pretesa tollerata solo finché compatibile con l’interesse americano.
È qui che l’Europa scopre la propria assenza di una terza via. Continuare a pensarsi come arbitro — custode di regole che altri dovrebbero rispettare — è una postura psicologicamente comprensibile ma strategicamente perdente. In un mondo in cui la coercizione ritorna come strumento ordinario e in cui reti armate e criminali attraversano le regioni, l’Europa non può limitarsi a commentare la partita: o costruisce strumenti per incidere, o accetta di essere terreno di influenza altrui.
Le opzioni realistiche sono due. La prima è un’autonomia strategica sostanziale: capacità industriali e militari credibili, resilienza energetica e tecnologica, rapidità decisionale, protezione delle infrastrutture critiche e una politica estera meno frammentata. La seconda è assumere consapevolmente un ruolo di follower qualificato nel perimetro occidentale, negoziando margini e priorità ma accettando che la cornice ultima della sicurezza resti americana. Ciò che non appare più sostenibile è la posizione intermedia: pretendere centralità normativa senza sostenere i costi della potenza.
Se si vuole che il richiamo al diritto internazionale torni a essere efficace, esso deve essere accompagnato da una strategia: capacità di deterrenza, coerenza politica e una lettura disincantata delle reti che connettono conflitti, traffici illeciti e attori armati transnazionali. Senza questa integrazione, l’Europa continuerà a difendere un lessico nobile ma inefficace, mentre la politica internazionale si riorganizza secondo grammatiche di potenza alle quali essa partecipa sempre meno.
Abdellah M. Cozzolino